Antonia Mesina nacque a Orgosolo il
21
Giugno 1919, da Agostino, guardia campestre, e Grazia Rubanu,
casalinga.
Era la secondogenita di nove fratelli e sorelle, sei dei
quali morirono in tenerissima età. Ben presto dovette aiutare la mamma
nel disbrigo dei lavori domestici e nella cura dei fratelli più piccoli.
Si iscrisse all'Azione Cattolica dal 1929 al 1931 come «Beniamina» e
nel 1934
come «Effettiva».
Dall'Eucaristia e dalla devozione al SS. Cuore di
Gesù e alla Madonna attinse forza per una spiritualità nel
«quotidiano» e maturò un'intensa vita di pietà e un particolare amore
alla virtù della purezza, pregando spesso il Rosario, doveri
permettendo e spesso si accostava a prendere l'Eucaristia.
Partecipò con entusiasmo alla famosa «crociata per la purezza» indetta
dalla Gioventù
Femminile di A.C. propagandata da Armida Barelli, rimanendo colpita
dall'eroicità del martirio di
Maria Goretti, più volte la gente disse che nel caso si sarebbe trovata
nella stessa situazione della Goretti avrebbe preferito come lei farsi
uccidere piuttosto che perdere la purezza e castità.
Il fratello Giulio rivelò che Antonia aveva il libro della Santa
Goretti e lo conosceva bene.Più volte disse alle amiche che anche lei
avrebbe fatto
la stessa cosa.
Il fatto
Il 17 Maggio 1935, recatasi nella
vicina campagna di «Ovadduthai» per raccogliere legna assieme a Anna
Castangia che incontrò in strada, venne aggredita
da un giovane che poco prima le aveva sorpassate, ma che avevano perso
di vista, ma Lei si oppose con tutte le sue forze.
Anna Castangia si voltò e vide Antonia assalita dallo stesso giovane di
prima., che gridava chiedendo aiuto.
La morte di Antonia Mesina giunse rapidamente nel paese e lo
sconvolse.
Le cronache e gli atti del processo istituito presso la
Corte d'Assise di Sassari permisero di ricostruire le fasi
dell'assassinio di Antonia Mesina, che si rivelarono agghiaccianti.
La ragazza era forte e riuscì inizialmente a fuggire. Inseguita
dall'assassino, Ignazio Giovanni Catgiu, venne raggiunta e sottoposta a
terribili colpi con una sasso che la fecero cadere una prima volta.
La
ragazza cadde raggomitolata sui gomiti prima di cadere bocconi.
In quel punto venne trovata una prima pozza di sangue.
Il Catgiu afferrò Antonia e la trascinò per nove metri, tirandola per i
capelli, fino ad alcuni cespugli dove tentò di strapparle i vestiti e
di violentarla.
La resistenza di Antonia impedì la violenza sessuale, ma scatenò
ulteriormente la furia dell'assassino, che con altri violenti colpi di
pietra sul capo la uccise.
In quel punto venne ritrovata una seconda pozza di sangue.
Catgiu
nascose il cadavere tra i cespugli e si allontanò, solo dopo averle
schiacciato la testa con una grossa pietra.
Quando venne ritrovato, il cadavere era in condizioni orrende:
Antonia
Mesina venne ingiuriata con settantaquattro ferite.
Il viso sfigurato era irriconoscibile.
L'autopsia non rivelò tracce di violenza carnale consumata, e Antonia
Mesina venne uccisa, come da implicita confessione dell'assassino, poi
giustiziato, "per non aver potuto dare sfogo alla sua libidine".
I Testimoni
Fu Armida Barelli, il 5 ottobre 1935 a raccontare a papa Pio XI la
vicenda del "primo fiore reciso della Gioventù Femminile dell'A.C.I.,
il primo giglio reciso dal martirio, la sedicenne Antonia Mesina di
Orgosolo, educata alla scuola di Maria Goretti".
Furono migliaia le lettere che perorarono la richiesta di
beatificazione di Antonia Mesina, ed il 22 settembre 1978 papa Giovanni
Paolo I ratificò il processo del martirio, delle virtù specifiche e dei
segni di santità.
Fu papa Giovanni Paolo II a beatificare la martire orgolese il 4
ottobre 1987.
Tra i testimoni diretti dei fatti legati al martirio di Antonia Mesina
si deve annoverare il Procuratore generale della Repubblica a Genova,
Francesco Coco.
Il giudice, assassinato l'8 giugno 1976 dalle Brigate Rosse a Genova,
con l'agente di scorta Giovanni Saponara e l'autista, l'appuntato
Antioco Deiana, nel maggio del 1935 era giudice istruttore del
tribunale di Nuoro e presenziò all'autopsia di Antonia Mesina.
Del fatto lasciò una commossa testimonianza.
Preghiera
0 Dio, Padre degli umili e dei poveri, che in Antonia Mesina,
arricchita del dono del martirio, hai offerto alla tua Chiesa un
fulgido esempio di purezza e di fortezza, concedi anche a noi, per sua
intercessione, di essere puri e forti nelle prove della vita e nelle
fatiche e preoccupazioni di ogni giorno. Per il nostro Signore Gesù
Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello
Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
In caso di grazie ottenute per intercessione della Beata Antonia Mesina
si prega di inviarne notizia a:
Parrocchia San Pietro Apostolo
Via Sebastiano Satta, 2
08027 Orgosolo (Nu)
Tel. 0784.402117
e-mail: sanpietroorgosolo@tiscali.it
Il Paese: Orgosolo (NU)
In alto la foto che vedete è Orgosolo il
Paesino in cui è vissuta Antonia Mesina, e sulla sinistra si può anche
vedere la chiesetta del paese in cui Antonia prese l'Eucaristia prima
di essere uccisa in campagna.
Parole di Giovanni Paolo II - 1987
« E rallegratevi con me anche voi
della diocesi di Nuoro, voi cittadini di Orgosolo e dell’intera
Sardegna, per la giovane Antonia Mesina, che oggi proclamiamo beata.
Il
suo martirio è anzitutto il punto di arrivo di una dedizione umile e
gioiosa alla vita della sua numerosa famiglia: è stato il suo sì
costante al servizio nascosto in casa che l’ha preparata ad un sì
totale. [...]
Il fascio di legna raccolto per fare il pane nel forno di
casa, quel giorno di maggio del 1935, rimane sui monti accanto al suo
corpo straziato da decine e decine di colpi di pietra.
Quel giorno si
accende un altro fuoco e si prepara un altro pane per una famiglia
molto più grande. »
(Giovanni Paolo II, omelia della messa di beatificazione, 4 ottobre
1987 )
Rito di Beatificazione...
... DEI GIOVANI LAICI
MARCEL CALLO
ANTONIA MESINA
E PIERINA MOROSINI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 4 ottobre 1987
1.
“La vigna del Signore è la casa d’Israele” (Is 5, 7). Noi siamo la
vigna del Signore, cari fratelli e sorelle! Noi suo popolo, convocato
alla mensa della Parola e del Pane di vita! Noi, suo popolo radunato
nell’unità e varietà dei doni dello Spirito!
La vigna: ecco la parola centrale della liturgia di oggi, l’immagine
che lega tra loro il brano di Isaia, il salmo responsoriale e il
Vangelo di Matteo.
Oggi risuona ancora una volta nei nostri orecchi il canto della vigna,
cantico di amore e parabola di giudizio. Isaia canta l’amore di Dio,
padrone ed agricoltore, per la “sua piantagione preferita”: “Che cosa
dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto?” (Is 5, 4).
Ma è lo stesso profeta che manifesta la delusione di Dio di fronte
all’uva selvatica, di fronte alla violenza fisica e morale che abita
nella casa di Israele (cf. Is 5, 7 e 3, 14). Ed allora, ecco il
giudizio: Dio è pronto ad abbandonare questo terreno che ha coltivato:
senza la sua protezione esso tornerà ad essere un deserto inospitale.
2.
2. Ma proprio qui si leva un grido di
smarrimento e insieme di fiducia:
“Perché hai abbattuto la sua cinta e ogni viandante ne fa vendemmia?”
(Sal 80, 13). È il Salmista che richiama con insistenza l’attenzione di
Dio, ne invoca la presenza: “Volgiti, guarda dal cielo, vedi e visita
questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il
germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80, 15-16). In questo grido ed in
questo crescendo di invocazioni, si realizza il passaggio da Isaia al
Vangelo.
3. Nella parabola di Matteo la vigna è ormai solo lo sfondo del dramma.
Balzano in primo piano coloro che la coltivano. Il centro
dell’attenzione si sposta su una nuova ingiustizia: non più il rifiuto
del lavoro, ma il rifiuto di consegnarne i frutti al Padrone della
vigna.
Il rapporto di alleanza viene misconosciuto dai vignaioli, i
quali, nel
“tempo dei frutti” (Mt 21, 34), non riconoscono altro padrone che se
stessi.
C’è di più. I vignaioli si spingono fino al punto di bastonare gli
inviati del Padrone, i suoi servi fedeli, i profeti. E quando Egli
manda loro il suo Figlio, come definitiva parola di convincimento e di
mediazione, essi “lo prendono, lo buttano fuori dalla vigna e lo
uccidono” (Mt 21, 39). Al Figlio, cui doveva andare tutto il rispetto
(Mt 21, 37), viene riservato il trattamento in uso per i bestemmiatori
presso Israele.
A questo punto la parabola diventa preannuncio degli avvenimenti
pasquali. Inizia il dramma del Figlio di Dio, dell’Alleanza nel sangue
di Lui (Mt 26, 28).
Gesù dice di se stesso: “La pietra che i
costruttori hanno scartato”, proprio quella pietra “è diventata testata
d’angolo” (Mt 21, 24).
“La vigna del Signore è la casa d’Israele . . .”.
Mediante il mistero
pasquale diventa chiaro che il Dio dell’Alleanza costruisce la sua
casa, nella storia dell’uomo, su Cristo: la pietra rifiutata diventa
sul Calvario la pietra angolare della costruzione divina nella storia
del mondo.
Da quel momento la croce diventa l’inizio della risurrezione
nella potenza dello Spirito Santo.
4. Fratelli e sorelle, nell’Eucaristia che celebriamo, l’ora del Figlio
di Dio si fa ora della Chiesa, di un popolo nuovo che ha in Cristo la
sua pietra angolare.
A questo popolo appartengono i tre giovani che la Chiesa eleva oggi
alla gloria dei Beati:
Marcel Callo, Pierina Morosini e Antonia Mesina.
Tutti e tre sono laici, sono giovani, sono martiri!
Figli di questo nostro secolo, difficile ma appassionante, hanno
condiviso l’ora del Figlio di Dio, rimanendo intimamente uniti a Lui
nel mondo.
Con trepidazione e gioia li presentiamo al popolo cristiano
e a tutti gli uomini di buona volontà come “germogli scelti” che il
divino Agricoltore ha coltivato nel nostro tempo attraverso le loro
famiglie, le loro associazioni, specialmente l’Azione Cattolica e la
JOC, attraverso il lavoro in casa e in fabbrica, attraverso il
martirio.
Nella prima domenica del Sinodo, che s’è raccolto per riflettere sul
tema “Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo a
vent’anni dal Concilio”, acquista una singolare eloquenza il fatto che
tre laici ottengano la gloria dei Beati.
Li presentiamo a tutti come
“fedeli laici”, come giovani e coraggiosi “cittadini della Chiesa e del
mondo”, fratelli di un’umanità nuova, costruttori liberi e non-violenti
di una civiltà pienamente umana, segno profetico della Chiesa del terzo
millennio, resa “sale” del mondo grazie anche alla presenza di laici
santi.
5. Sì, nella sua misericordia, il Signore ha sempre dato alla sua
“vigna”, al suo Popolo, una “corte” di santi che proclamano la
grandezza dell’uomo quando si lascia cogliere e condurre dallo Spirito
di Dio.
Marcel Callo, che ho la gioia di proclamare Beato, in mezzo alla sua
famiglia, alla sua diocesi di Rennes e ai numerosi rappresentanti della
JOC e degli scouts, non è arrivato da solo alla perfezione evangelica.
Una famiglia modesta, profondamente cristiana, ve l’ha condotto. Gli
scouts e poi la JOC hanno proseguito l’opera. Nutrito dalla preghiera,
dai sacramenti e da un’azione apostolica pensata secondo la pedagogia
di questi movimenti, Marcel ha costruito la Chiesa con i suoi fratelli,
i giovani lavoratori cristiani. È nella Chiesa che si diventa
cristiani, ed è con la Chiesa che si costruisce un’umanità nuova.
Marcel non è arrivato subito alla perfezione evangelica. Ricco di
qualità e di buona volontà, ha a lungo lottato contro la tentazione del
mondo, contro se stesso, contro il peso delle cose e della gente. Ma,
pienamente disponibile alla grazia, si è lasciato progressivamente
condurre dal Signore, fino al martirio.
Le difficoltà hanno maturato il suo amore personale per Cristo. Dalla
sua prigione scrisse al fratello, recentemente ordinato sacerdote:
“fortunatamente, c’è un amico che non mi lascia un solo istante e che
sa sostenermi e consolarmi. Con Lui si superano anche i momenti più
dolorosi e sconvolgenti. Non ringrazierò mai abbastanza Cristo di
avermi indicato il cammino che ora percorro”.
Sì, Marcel ha incontrato la Croce. In Francia prima. Poi - strappato
all’affetto della sua famiglia e di una fidanzata che amava teneramente
e castamente - in Germania, dove rifondò la JOC con alcuni amici, molti
dei quali morti per essere testimoni del Signore Gesù. Inseguito dalla
Gestapo, Marcel è andato fino in fondo. Come il Signore, ha amato i
suoi fino all’estremo e la sua vita è diventata eucarestia.
Raggiunta la gioia eterna di Dio, testimonia come la fede cristiana non
separi la terra dal cielo. Il cielo si prepara sulla terra nell’amore e
nella giustizia.
Quando si ama si è già “beati”. Il Colonnello Tiboldo,
che aveva visto morire migliaia di prigionieri, l’assisteva all’alba
del 19 marzo 1945; testimonia con insistenza e con emozione: Marcel
aveva lo sguardo di un santo.
Il messaggio vivente rilasciato da Marcel Callo ci riguarda tutti.
Ai giovani lavoratori cristiani mostra lo straordinario splendore di
quelli che si lasciano abitare da Cristo e si dedicano alla liberazione
totale dei fratelli.
Ai cristiani della diocesi di Rennes, e sulla scia dei vescovi
fondatori Armand e Melaine, del beato Yves Mahyeuc, del beato Julien
Maunoir, di San Louis-Marie Grignion de Montfort, della beata Jeanne
Jugan, Marcel Callo ricorda la fecondità spirituale della Bretagna
quando essa sa vivere nella fede dei suoi padri.
A noi tutti,
laici, religiosi, sacerdoti o vescovi, rilancia
l’universale appello alla santità: una santità e una gioventù
spirituale di cui il nostro vecchio mondo occidentale ha tanto bisogno
per continuare ad annunciare il Vangelo.
6. Rallegratevi con me e con tutta la Chiesa, voi fratelli e sorelle
della diocesi di Bergamo, abitanti di Fiobbio e di Albino, che siete
venuti a Roma per la beatificazione di Pierina Morosini.
Sono in mezzo a voi le radici della sua religiosità. Cresciuta in un
ambiente di alta vita spirituale incarnata nella famiglia, la Beata
Morosini ha seguito Cristo povero ed umile nella cura quotidiana dei
numerosi fratelli. Avendo scoperto che “poteva farsi santa anche senza
andare in convento”, si è aperta con amore alla vita parrocchiale,
all’Azione Cattolica ed all’apostolato vocazionale. La preghiera
personale, la partecipazione quotidiana alla santa Messa e la direzione
spirituale l’hanno portata a capire la volontà di Dio e le attese dei
fratelli, a maturare la decisione di consacrarsi privatamente al
Signore nel mondo.
Per dieci anni ha vissuto le difficoltà e le gioie di
lavoratrice in un
cotonificio della zona, facendo i turni e spostandosi sempre a piedi.
Le colleghe testimoniano la sua fedeltà al lavoro, la sua affabilità
unita al riserbo, la stima che godeva come donna e come credente.
Proprio nel tragitto verso casa, trent’anni fa, si è consumato il suo
martirio, estrema conseguenza della sua coerenza cristiana. I suoi
passi però non si sono fermati, ma continuano a segnare un sentiero
luminoso per quanti avvertono il fascino delle sfide evangeliche.
7. E rallegratevi con me anche voi della diocesi di Nuoro, voi
cittadini di Orgosolo e dell’intera Sardegna, per la giovane Antonia
Mesina, che oggi proclamiamo beata.
Il suo martirio è anzitutto il punto di arrivo di una dedizione umile e
gioiosa alla vita della sua numerosa famiglia: è stato il suo sì
costante al servizio nascosto in casa che l’ha preparata ad un sì
totale.
Sin da piccola - erano gli anni del primo dopoguerra - Antonia ha
sperimentato la durezza della sua terra e la generosità della sua
gente; guidata dai genitori, dalla maestra e dal parroco si è aperta
con coraggio ai valori della vita e della fede; in particolare alla
scuola della Gioventù Femminile di Azione Cattolica ha posto in
profondità le radici umane e cristiane del suo desiderio di purezza e
di donazione.
E a solo sedici primavere si è trovata a vivere il suo sì eroico alla
beatitudine della purezza, difesa fino al sacrificio supremo.
Il fascio di legna raccolto per fare il pane nel forno di casa, quel
giorno di maggio del 1935, rimane sui monti accanto al suo corpo
straziato da decine e decine di colpi di pietra. Quel giorno si accende
un altro fuoco e si prepara un altro pane per una famiglia molto più
grande.
Beati perché “puri di cuore”, Marcel, Pierina e Antonia sono consegnati
a voi, laici, a voi giovani, come testimoni di un amore in cammino,
capace di vedere oltre l’umano, di “vedere Dio” (Mt 5, 8); sono
consegnati a voi come esempi di fede matura, libera da compromessi,
consapevole della dignità umana e cristiana della persona; come canto
di speranza per le nuove generazioni che lo Spirito continua a chiamare
alla radicalità del Vangelo.
8. La vigna del Signore oggi è in festa.
In questi nuovi Beati si
adempiono le parole di Cristo: “Io vi ho scelto e vi ho costituiti,
perché andiate e portiate frutto” (Gv 15, 16).
Essi sono andati. Ed
hanno portato il frutto della santità.
La santità è la vocazione
principale dell’intero popolo di Dio: questi Beati, questi laici, ne
sono conferma e realizzazione.
Nella santità di ogni battezzato si rivela la potenza della pietra su
cui poggia la divina costruzione.
Il mistero pasquale - annunziato nel
Vangelo di oggi - opera incessantemente con la potenza dello Spirito di
santità, genera sempre nuovi santi e nuovi beati.
Resi pietre vive dallo Spirito, i beati Marcel, Pierina e Antonia sono
stati trovati fedeli, in posizione di difesa dei valori umani e
cristiani; oggi vengono collocati in posizione di annuncio, annuncio
della gioia che scaturisce dal glorificare Cristo nel proprio corpo
(cf. Fil 1, 20).
“Tenendo alta la parola di vita” (Fil 2, 16) gridano
il loro messaggio con la forza silenziosa del martirio, scrivendo nel
loro giovanile sangue un inno a Cristo, re e signore dei martiri, di
ieri, di oggi, di sempre.
9. Sulle orme di san Paolo, evangelizzatore e martire, i nuovi Beati ci
sollecitano ad unire le nostre fatiche a quelle di tutti i credenti per
far fruttificare la vigna di Dio: “Tutto quello che è vero, nobile,
giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto
questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4, 8).
Con San Paolo ci
ricordano il dovere di assumere tutto il positivo che vi è in ogni
cultura, in ogni situazione storica, in ogni persona.
E con San Paolo
aggiungono: “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in
me, è quello che dovete fare” (Fil 4, 9).
L’invito dei tre giovani martiri acquista un’eloquenza particolare per
noi che prendiamo parte al Sinodo.
La loro testimonianza ci stimola a
pensare con attenzione rinnovata al ruolo dei laici nella Chiesa, al
lavoro che essi sono chiamati a svolgere nel Popolo di Dio per la
salvezza del mondo.
La loro vicenda ci ricorda in particolare che, al
di là della vocazione specifica di ciascuno, c’è una vocazione che è
comune a tutti, la vocazione alla santità.
Ed è la vocazione che ha il
primato su tutte, perché dalla generosità della risposta a tale
vocazione dipende l’autenticità e l’abbondanza dei frutti che ciascuno
è chiamato a portare nella
“Vigna del Signore”.
Non dimenticate: la vigna! / la vigna del Signore! /
Non dimenticate:
la pietra angolare!
“E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri
cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 7).
Messa in onore di Beata Antonia Mesina, in chiesa.